Qual è la verità? Come possiamo vivere in un mondo che corre a cento all’ora? Forse dovremmo comprare un’auto che viaggi alla stessa velocità, per non restare indietro. Oppure tornare alla bicicletta, per osservare quell’auto allontanarsi e, nel silenzio, riscoprire il ritmo del nostro respiro e delle cose che passano lente. Non ho risposte. Ho solo tante domande.
Dove stiamo andando, se continuiamo così? Davvero crediamo che la felicità si trovi su Amazon o su Instagram? Non vi piacerebbe tornare a giocare nei prati, in strada, liberi e senza orologio? Non vi piacerebbe sedervi su una panchina, con un gruppo di amici, senza cellulare, guardandovi negli occhi e parlando davvero, senza filtri, senza fretta?
Non vi piacerebbe tornare a giocare a nascondino in mezzo alla strada? Tornare a parlare senza distrazioni, ad andare alle feste di paese e conoscere persone nuove? Perdersi in città senza un aiuto in tasca, ma ritrovare la strada con le proprie forze? Dare un appuntamento in presenza e poi semplicemente aspettare, senza una conferma immediata del suo arrivo?
Capisco: siamo tutti presi da ciò che bisogna fare. Ma non vi sembra che sia proprio questo il punto? Non credete che, finché rincorriamo il tempo, lui continuerà a scappare?
Oggi mi sento deluso e rassegnato. Deluso dalle relazioni che ho costruito negli anni. Ne sono responsabile, lo so, ma dentro di me cresce il desiderio di tornare a parlare di vita, di me, di noi. Senza distrazioni, senza pubblicità, solo guardandoci negli occhi e ascoltando. Per costruire relazioni vere, profonde, spirituali.
Ma non c’è tempo. È sempre questa la scusa. E così parliamo del più e del meno, di calcio, di politica, di sport, per non doverci mettere in gioco, per non mostrare le nostre ferite. Si parla sempre di altre persone, ma quasi mai di noi!
Eppure credo che tutti noi cerchiamo qualcosa di più. Cerchiamo persone capaci di ascoltarci, momenti in cui sentirci accolti, amati, visti. Tutti, nessuno escluso. Allora cosa aspettiamo a creare comunità di vita, di lavoro, di condivisione? Cosa aspettiamo a incontrarci davvero e parlare di ciò che conta: la crescita, i nostri problemi, le nostre fragilità?
Davanti a noi c’è sempre un’altra persona, fragile quanto noi. Può aiutarci, farci da specchio, offrirci un’altra prospettiva sul nostro dolore. Se sapessero dei nostri tormenti, forse cercherebbero un modo per sostenerci. Ma non avremo mai questa prova finché continueremo a nascondere chi siamo dietro una maschera di perfezione.
Perché tutti desideriamo condividere qualcosa di noi. Essere veri significa essere nudi davanti all’altro. Avete mai provato a guardare qualcuno negli occhi, in silenzio, senza parlare? Cosa succede? Cosa sentite dentro? Imbarazzo? Paura? Non siamo più abituati a guardarci. Eppure è da lì che si ricomincia.
Troviamoci. Ascoltiamoci. Spogliamoci delle apparenze. Viviamo l’esperienza di ciò che siamo davvero, non di ciò che vogliamo sembrare per piacere agli altri. Ogni incontro è un confronto: ognuno di noi ha la propria storia, le proprie convinzioni, valori, missione. È naturale che non coincidano. Ma l’incontro non serve a prevalere: serve a condividere.
Ho corso tutta la vita. Non mi sono mai fermato. Non ho mai guardato negli occhi neanche chi mi era più vicino. E adesso piango, sì piango, perché avrei voluto conoscerlo, ascoltarlo. Non l’ho mai rispettato. Ha sempre prevalso il mio ego, e non me ne sono accorto.
Le relazioni sono scale della vita: più ne saliamo, più ci conosciamo. Più ci isoliamo, più ci allontaniamo da noi stessi.
Oggi voglio una cosa sola: relazioni vere. Relazioni in cui non devo fingere di essere ricco, potente o arrivato. In cui non devo nascondere le mie debolezze, né esagerare i miei meriti. Relazioni sincere, dove poter dire: non so chi sono. Non so cosa voglio. Mi sento solo. Non mi sento capito. Non ho più voglia di vivere. Non so perché sto vivendo.
La mia verità è questa: oggi so che non sono nessuno, che ho finto per tutta la vita. Da bambino cercavo amore, ascolto, comprensione, protezione. Avevo paura, e in parte ce l’ho ancora. Paura del buio, di perdermi, della solitudine, di mostrarmi. Oggi ho capito che non ho paura di morire: ho paura di vivere. Perché vivere, davvero, è la cosa più difficile che esista.
Una vita passata ad aver paura di morire non è una vita vissuta. Una vita passata a studiare solo per dimostrare di valere non è una vita vissuta. Una vita passata a fare sport per soddisfare la manchevolezza sportiva di mamma e papà non è una vita vissuta. Una vita a cercare conferme fuori, invece che dentro, non è una vita vissuta. Una vita costruita per apparire forte non è vita vera: è solo l’ombra della nostra inadeguatezza.
Non so cosa mi aspetta domani, ma so che oggi sono così: fragile e solo. E voi? Quanti di voi sentono le mie parole nel profondo? Quanti desiderano vivere davvero, senza più nascondersi?
Se vi riconoscete in tutto questo, se anche voi avete costruito un muro tra voi e il mondo, vittime o carnefici che siate, è ora di buttarlo giù. Rompiamo quel silenzio che ci tiene intrappolati in un falso io. Abbiate il coraggio di uscire dall’ombra per farvi toccare dalla luce.