Tredicimila ore.(se non si vedono i sottotitoli in italiano su you tube ci sono su(Don’t stay in school)
Tredicimila ore
se le metti in fila, una dopo l’altra, sono anni interi della nostra vita. Anni passati seduti su una sedia di legno, con la schiena curva e gli occhi fissi su una lavagna. Tredicimila ore in cui ci viene chiesto di restare immobili, silenziosi, trasformati in semplici contenitori da riempire e da giudicare. Semplici macchine che devono uniformarsi ad un protocollo, programma deciso da qualcuno che non sa nulla di come funziona un essere umano o al contrario, (per usare la maschera da complottista), sa troppo!
Mi è tornato tra le mani questo video oggi. È un rap veloce, rabbioso, un grido lanciato da un bosco. Un modo artistico per esprimere un opinione. A qualcuno può parlare, per altri essere insignificante, ad altri ancora fare arrabbiare. Mentre lo ascoltavo, ho sentito quel vecchio nodo allo stomaco. Mi ha ricordato la frustrazione di quando avevo sedici anni: quel senso di prigionia nel dover imparare a memoria il mondo, senza ricevere una sola istruzione su come viverci dentro.
Mi ha ricordato la rabbia di essere chiuso in una gabbia, obbligato ad apprendere nozioni vuote, prive di emozione, per poi essere valutato su pagine che non parlavano di me. Mi ha ricordato l’adolescente che ero, che cercava esperienze vere e aveva mille domande su come si vive, ma che in cambio riceveva solo date di battaglie da imparare a memoria.
E poi l’ansia. Quell’ansia di dover ingurgitare concetti sterili solo per timore di una valutazione insufficiente, del giudizio o della punizione del genitore. Perché a quell’età, purtroppo, finisci per credere che quel voto sia la tua identità; che quel numero definisca chi sei e quanto vali. Se prendi 4 più volte, finisci per convincerti di essere un 4.
In quel sistema non c’era motivazione, non c’era scintilla; c’era solo il dovere di non fallire in un meccanismo che non ti vedeva, ma ti giudicava e ti condannava.
Se ci pensi bene, alla fine, questo sistema non ti incuriosisce né ti stimola: ti rende solo schiavo del giudizio. Il risultato è amaro: non studi perché è interessante o accrescitivo farlo, ma solo perché hai paura del voto e della condanna che ne consegue è quello il tuo stimolo.
Ci hanno insegnato l’area di un esagono, ma non come si respira durante un attacco di panico. Sappiamo le guerre napoleoniche, ma siamo rimasti analfabeti di fronte ai nostri conflitti interiori.
Oggi, a questo vuoto, abbiamo aggiunto l’anestesia del digitale. Siamo passati dai banchi agli schermi: se la scuola ci ha riempito di teoria, il digitale ci sta rendendo sordi verso noi stessi.
Viviamo in un rumore costante che ci impedisce di ascoltare i nostri bisogni. Siamo iper-connessi con l’esterno, ma totalmente scollegati dal nostro corpo. Abbiamo delegato la memoria a un cloud e l’autostima a un algoritmo, diventando spettatori passivi della nostra esistenza.
Sarebbe bella una scuola dove sei visto e accolto non per quello che sai o fai, ma per quello che sei. Ognuno di noi è speciale a modo suo: la diversità è ricchezza, non povertà; è conoscenza, non ignoranza.
A scuola ti guardano in un modo e quello sguardo diventa la tua etichetta, qualcosa che ti attaccano sulla pelle e che si toglie, forse, solo quando vai nel mondo. Scrivo ‘forse’ perché quella condanna, quell’etichetta, può diventare la tua identità futura e bloccarti nella vita. Se ti hanno detto più volte di essere incapace, finisci per crederci e ti arrendi al loro giudizio, limitando le tue scelte e le tue aspirazioni. In realtà, è solo una loro incapacità e un loro limite di visione.
Dimentichiamo che l’educazione non dovrebbe essere un processo di marchiatura, ma di fioritura. Il limite di chi non sa vederci non deve diventare il confine del nostro orizzonte: siamo territori inesplorati, non definizioni su un registro
Ma un’altra strada esiste.
Esiste una scuola dove le mani non servono solo a tenere una penna, ma a piallare il legno, a tessere, a coltivare. Penso al modello steineriano, dove la conoscenza passa per il corpo: la geometria, la immagini e la vivi in forme che trovi nella vita reale, la botanica è fango e vita nell’orto. Lì non sei un numero, sei un essere umano che sperimenta.
In questo spazio sei libero di muoverti e di esprimerti, senza essere giudicato o etichettato per il risultato di un compito. Con l’insegnante nasce un rapporto di rispetto e ammirazione, lontano dal silenzio imposto dalla paura o dal potere di una cattedra o di un titolo.
Guardate questo video. Ascoltate la velocità di queste parole: è la fretta di chi ha capito che il tempo scorre e che la vita non aspetta.
Perché alla fine, a che serve sapere quando è caduto l’Impero Romano, se poi non sappiamo riconnetterci con noi stessi mentre sta crollando il nostro mondo interiore?
La scuola dovrebbe essere una palestra di vita, non un museo di nozioni morte. Dovrebbe insegnarci a restare umani in un mondo di macchine, a gestire le nostre ombre e a trovare uno scopo reale.
La scuola e l’educazione dei genitori dovrebbero essere la base, il seme da cui far crescere individui liberi e pensanti, capaci di prendersi cura di se stessi e del pianeta. Investire in questo è l’unico modo per generare un futuro realmente ecologico, che rispetti tanto il nostro mondo esterno quanto quello interiore.
Quanto quell’ etichetta di ieri ti ha reso quello di oggi?
Se non ci fosse stato cosa avresti potuto fare o diventare di diverso da quello che sei oggi?
Cosa succederebbe se trasformassi quel ‘vuoto’ in un’esperienza reale di conoscenza?
Questo cambiamento non deve avvenire in solitudine.
Ho creato uno sportello d’ascolto gratuito offrendo 2 incontri online.
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