Walter Onorato

Nel mondo delle professioni di aiuto esiste una frattura profonda, spesso silenziosa a mio avviso inutile e incomprensibile.
Fisioterapisti contro massaggiatori.
Psicologi contro Counselor.
Agopuntori che in Italia insegnano l’agopuntura ai medici, ma loro non possono esercitarla perché non medici, paradossale!
Confini giuridici, titoli accademici, identità professionali da proteggere.
Ed è comprensibile: anni di studio, sacrifici e rinunce chiedono legittimità.
Ma mentre difendiamo i confini, qualcosa resta fuori.
In mezzo a questa lotta ci sono le persone.
Persone confuse, fragili, che chiedono aiuto.
Persone che non sanno se fidarsi di un titolo o di una presenza, di un curriculum o di uno sguardo capace di restare.
E mentre discutiamo su chi può e chi non può, qualcuno resta fermo, in attesa.
La domanda allora diventa inevitabile:
chi stiamo davvero difendendo?
Perché, a uno sguardo più onesto, questa non è solo una battaglia sul sapere.
Non è semplicemente il bisogno di dire “io ho studiato di più”.
È anche — e forse soprattutto — una lotta per lo spazio.
Per la sopravvivenza professionale.
Per la fetta più grande di un mercato che riguarda la sofferenza umana.
Se esistono molte figure che si occupano delle persone,
allora il campo si restringe.
I confini diventano porosi.
E qualcuno teme di non avere più un ruolo, più clienti, più legittimità.
Ma se la difesa dell’identità nasce dalla paura di perdere spazio,
e non dalla qualità dell’incontro con l’altro,
allora qualcosa si è spostato.
Non è una colpa.
È una dinamica umana.
Ma va guardata.
Perché quando la relazione di aiuto diventa competizione,
quando l’altro smette di essere una persona e diventa una “risorsa da tutelare”,
il rischio è di perdere proprio ciò che dovrebbe essere al centro.
La storia ci ricorda che il sapere non è mai stato esclusivamente accademico.
Socrate non ha lasciato scritti, eppure ha fondato un metodo di conoscenza.
Michael Faraday, senza formazione universitaria, ha rivoluzionato l’elettromagnetismo.
Gregor Mendel, lontano dai centri accademici, ha posto le basi della genetica.
Nikola Tesla non completò studi formali, ma cambiò il destino dell’energia.
I fratelli Wright non erano ingegneri, e insegnarono all’uomo a volare.
Henry Ford non era un accademico, ma trasformò il lavoro e la società.
Etc…etc…
Non erano privi di sapere.
Erano radicati nell’esperienza.
Ma la storia mostra anche l’altro lato.
Scienziati, medici, intellettuali altamente istruiti hanno giustificato disastri:
la medicina eugenetica, sostenuta da università prestigiose;
esperimenti su esseri umani legittimati da comitati scientifici;
teorie psicologiche usate per classificare, controllare, disumanizzare.
Il titolo non ha impedito il disastro.
Talvolta lo ha reso possibile.
Questo non è un attacco allo studio.
È un richiamo al suo limite.
Il sapere accademico è uno strumento dell’intelletto.
L’esperienza appartiene a un altro livello
I libri contengono mappe, non territori.
Teorie, non attraversamenti.
Parlano del dolore, ma non lo provano.
È solo attraverso ciò che abbiamo vissuto che iniziamo a comprendere davvero il mondo.
E possiamo accompagnare qualcuno solo fin dove siamo passati noi.
Molti giovani si avvicinano alla psicologia perché stanno male.
Cercano nei libri un ordine, una spiegazione, una salvezza.
Ma spesso accade qualcosa di sottile:
si impara a parlare della sofferenza senza averla trasformata;
si studia l’essere umano senza aver incontrato se stessi.
Si esce con anni di formazione e una fragilità intatta.
Con un linguaggio raffinato, ma una struttura interiore instabile.
E la relazione di aiuto non perdona questo scarto.
Avere a che fare con persone non è applicare modelli, protocolli è solo una piccola parte.
È reggere silenzi.
È saper stare.
È riconoscere i propri limiti.
E’ riconoscere l’altro come una parte di te.
E’ guardarsi allo specchio ad ogni incontro.
E’ entrare in empatia con la sua anima oltre l’ intelletto.
Non si può accompagnare qualcuno fuori dal buio
se non si è imparato a stare nel proprio. Non si può invitare qualcuno alla presenza se non si è presenti.
Forse stiamo guardando dalla parte sbagliata.
Forse la vera competenza non è difendere uno spazio,
ma rendersi inutili quando l’altro cresce.
Se la relazione di aiuto si riduce a competizione, titoli e mercato, rischiamo di scivolare verso un modello simile a quello dell’industria sanitaria: creare bisogno invece di ascolto, fidelizzare invece di liberare. E così anche la psicologia, se perde la connessione con le persone e la presenza autentica, potrebbe trasformarsi in una macchina che produce ‘malati’ per sostenere se stessa, anziché accompagnare esseri umani
Allora cosa fare? Non sono un politico e non ho formule o ricette.
Forse, invece di misurare chi può esercitare solo in base agli studi, potremmo guardare all’esperienza e alla conoscenza di sé.
Perché è attraverso la vita vissuta, il dolore attraversato, la consapevolezza dei propri limiti che possiamo davvero stare con l’altro e tutto questo si impara nel tempo, dalla vita e non sui banchi di scuola.
Perché prima di ogni professione,
prima di ogni mercato,
prima di ogni definizione e studio
prima di noi stessi e della nostra posizione
c’è un essere umano che chiede di essere visto e accolto.
E se dimentichiamo questo,
qualsiasi sapere perde senso.
Abbiamo pensato e dato vita ad uno sportello d’ascolto dove poterti rivolgere in modo gratuito.
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