L’Atleta Invisibile: quando lo sport diventa la prigione del “Bravo Bambino”
Esiste un filo invisibile e sottile che unisce i banchi di scuola ai campi di pallavolo. È lo stesso filo che stringe la mano del “bravo bambino” e che, in palestra, si trasforma nel cappio della prestazione. Come counselor sistemico, osservo con amarezza come lo sport di squadra stia smettendo di essere una palestra di vita per trasformarsi in una catena di montaggio del risultato.
In questo teatro di schemi e protocolli societari, ci siamo dimenticati di chiedere: dov’è finito il ragazzo?
Lo vediamo saltare, sudare e colpire la palla, ma la sua anima è altrove. È rimasta incastrata nello sguardo dell’allenatore — nel terrore di un errore che non sarà visto come un’opportunità di crescita, ma come un tradimento del sistema. Il ragazzo è diventato un alienato del proprio gioco. Non si riconosce più nel proprio corpo: vive ormai in funzione dell’aspettativa della società sportiva, che deve esporre trofei per giustificare il proprio prestigio
Cosa vive chi siede in panchina? Non è solo riposo forzato: è una mutilazione identitaria. Se la squadra è un organismo, come possiamo accettare che alcune parti siano costantemente “amputate” in nome della vittoria? La riserva vive lo sport come un’esclusione partecipata, un limbo dove il messaggio implicito è: “Tu non servi alla nostra immagine di successo”.
E chi gioca? Chi gioca è schiacciato dal peso del dover essere “il migliore”. Qui accade il paradosso: l’identità del ragazzo viene schiacciata dalla prestazione. Non lo accogliamo nella sua interezza di essere umano, ma lo definiamo solo attraverso il punto che segna. Se segna è un “campione”, se sbaglia è un “problema”. Proprio come il “bravo bambino” che si sente amato solo se prende dieci, la sua unicità viene sacrificata sull’altare del rendimento.
Nella pallavolo tutto questo diventa drammatico. Il campo si trasforma in un tribunale dove la “cazziata” del tecnico non corregge il gesto, ma ferisce la persona. Vedo bambine, ragazze, iper-vigilanti, che non guardano la palla ma la panchina. Hanno paura di sbagliare perché l’errore non è contemplato dai “tempi della società”.
Dov’è la lezione di Dan Millman? Dov’è il “Guerriero di Pace” che vive il momento Al suo posto c’è un adolescente che gioca per non essere sgridato, che vince campionati per non deludere l’adulto, ma che torna a casa con il cuore tragicamente vuoto. Il suo unico pensiero diventa: «Oggi ho giocato bene, sono stato bravo, ho fatto felice l’allenatore». È un’illusione di serenità che svanisce alla prima sconfitta, quando tornerà a casa arrabbiato e infelice, senza nemmeno capirne le ragioni profonde. Alcuni genitori, così l’allenatore più coinvolto di loro, vedono nel pianto del ragazzo/a una reazione comportamentale normale e fisiologica e non si fanno domande. Dopo una certa età il ragazzo/a addestrato comincia anche lui a criticare la compagna o il compagno che sbaglia perchè lui o lei vuole solo vincere. Questo crea ansia tra i compagni e una competizione negativa per il bene della squadra, che dovrebbe essere un sistema di scambio e crescita.

Dobbiamo dircelo chiaramente: un ragazzo non impara a giocare meglio perché qualcuno gli urla contro. La scienza e il counseling sistemico ce lo confermano: quando un allenatore usa il grido, il ricatto emotivo o la pressione della panchina, il cervello del giovane atleta entra in modalità sopravvivenza. In quel momento, la corteccia prefrontale — la parte del cervello che gestisce la creatività e la scelta tattica — semplicemente si spegne va in confusione e si pensa solo a non sbagliare con il risultato opposto.
Il ragazzo non sta più giocando a pallavolo o a calcio; sta cercando di sopravvivere a un attacco. Le urla non correggono il braccio o il piede, ma paralizzano la mente. È il modo più rapido per generare costernazione: il giovane non è più concentrato sul “come” fare bene il gesto, ma sul “cosa” accadrà se sbaglia. Si gioca per non perdere l’affetto dell’adulto, non per il piacere di crescere sportivamente.
Vincere un campionato giovanile seguendo protocolli rigidi e lasciando metà squadra nell’ombra non è una vittoria: è un fallimento educativo. È un’illusione che nutre l’ego dell’allenatore e il bilancio della società, ma che deruba il ragazzo della sua crescita. Un giovane a cui non viene data la possibilità di misurarsi e confrontarsi in campo durante la partita, è un giovane a cui viene negata la possibilità di evolvere.
Crescere significa poter inciampare, poter essere “sporchi”, poter giocare per il gusto di sentire il proprio corpo vibrare — senza che un punteggio definisca il nostro valore umano. Dobbiamo avere il coraggio di rompere questo sistema. Dobbiamo restituire il gioco ai ragazzi, permettendo loro di essere “atleti imperfetti” ma “persone intere”.
C’è un’analogia perfetta tra l’aula di scuola e il campo da gioco. Studiare solo per il voto significa svuotare la conoscenza del suo senso; si impara per ansia, per evitare il fallimento, per compiacere i genitori, per sentirsi dire “bravo, non per la fame di sapere. Nello sport accade lo stesso: giocare solo per vincere è come studiare solo per paura della bocciatura.
Se la meta è l’unico valore, il “qui e ora” diventa un inferno di pressione:
- A scuola: non leggo per scoprire il mondo, ma per ripetere ciò che l’insegnante vuole sentire.
- In campo: non salto per il piacere di volare o per l’intesa con la compagna, ma per non subire il rimprovero dell’allenatore.
In entrambi i casi, il ragazzo smette di seguire il processo. Se tutto è finalizzato al risultato, il divertimento viene visto come una distrazione o, peggio, come una mancanza di impegno. Ma senza divertimento non c’è crescita reale: c’è solo addestramento. Stiamo crescendo ragazzi che sanno come ottenere un “10” o una medaglia, ma che non sanno più chi sono quando si spegne la luce dei riflettori. O meglio si sentono inadeguati quando non raggiungono il risultato e l aspettativa richiesta. Alla fine, la sfida non è portare a casa una coppa, ma far sì che quel ragazzo, una volta spenti i riflettori, sappia ancora chi è, anche senza un pallone tra le mani o un voto sul diario - #SportESclusione #BambinoBravissimo #PressioneSportiva #CrescitaEmotiva #SportGiovanile #WalterOnorato #PsicologiaDelloSport #GenitoriEFigli #educazionesportiva
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