Andare a scuola, per un bambino, è un’immersione in una giungla di nuove gerarchie, odori e distacchi. A dirla tutta, è spesso una prigione, una gabbia ben costruita con le sbarre fatte di orari rigidi, tempi infiniti e mura bianche e fredde.
Se smettiamo di guardare ai “sintomi” come a guasti da riparare e iniziamo a vederli come il codice Morse della biologia, scopriamo che il corpo del bambino parla in continuazione.
Biologicamente, un cucciolo d’uomo è programmato per una cosa sola: stare accanto ai genitori. Per millenni, l’apprendimento è avvenuto per imitazione diretta e osmosi. Il bambino osserva il fare del padre, sente il profumo della madre, si muove in uno spazio sicuro dove il sistema nervoso è in modalità “riposo e crescita”.
Oggi, per necessità economiche, siamo costretti a “parcheggiarli”. Ma la biologia non usa la mente per giustificare la separazione: sente solo il vuoto del contatto. Per un bambino, la perdita di contatto è un’analogia della morte: gli manca il nutrimento essenziale.
Arrivano nasi tappati per “fiutare” il pericolo, mal di pancia per “bocconi” indigesti per situazioni poco chiare e tosse laringea e bronchiti frequenti per un territorio che non riconosco, instabile, traballante.
CAMBIARE SGUARDO PER AIUTARLI
Il nostro ruolo deve cambiare: non più “somministratori di medicine che siano naturali o chimiche poco cambia”, ma responsabili della sicurezza. Il sintomo ci dice:
“Voglio stare con te, ho paura, sono in pericolo, vorrei scappare, non mi sento protetto ,mi sento fragile”. Il bambino non ha bisogno di “cure” tradizionali, ma di essere compreso nella sua magnifica coerenza biologica.
Possiamo riflettere insieme per rendere la scuola un ambiente più vicino al bambino, rispettando tempi, spazi ed emozioni.
RIFLETTIAMO INSIEME: