Dove sei finito? L’esilio del cuore di un figlio che non si sente più visto
Come faccio a raggiungerti?
Da dove inizio?
C’è un momento preciso in cui abbiamo iniziato a perdere di vista i nostri figli. Non è successo ieri, e non è colpa di un virus o di un videogioco. È stata una danza lenta, fatta di piccoli passi, di comodità e di silenzi ed emozioni zittite e riempite artificialmente.
Ricordi quando aveva tre anni? Quella cena al ristorante dove volevi solo respirare un momento, o quel pomeriggio di lavoro frenetico in cui lui chiedeva attenzione o quando continuava a piangere sul seggiolone e noi, presi dalle mille cose, gli abbiamo dato il cellulare per zittirlo? In quel momento, la biologia del bambino ha ricevuto un messaggio potente: “Il contatto con l’adulto è intermittente, ma lo schermo è sempre lì. Lo schermo non si stanca di me”. I nostri figli ci vedono e continuano a vederci attratti dallo schermo più che dalle loro richieste di attenzioni e ogni giorno si domandano cosa ci sarà la dentro di così tanto importante da non degnarmi di attenzione? Abbiamo usato la luce per distrarlo dal sapore del cibo, per farlo stare fermo, per “zittire” quel bisogno ancestrale di essere visto, per distrarlo dal dolore che sentiva per un sintomo fisico o per un emozione poco importa. Abbiamo usato lo schermo quando piangeva, per non sentire quel rumore assordante che toccava corde nostre troppo profonde. Senza accorgercene, abbiamo iniziato a nutrire non il bambino, ma la sua capacità di dissociarsi dalla realtà per non disturbare il nostro territorio. Gli abbiamo insegnato che la vita può essere messa in pausa quando diventa difficile ,gli abbiamo insegnato che una richiesta di attenzione può semplicemente essere gestita da una tata digitale.
Poi quel bambino cresce. Arriva l’adolescenza, il momento in cui la biologia urla: “Vai fuori! Confrontati! Scontrati con i tuoi simili per capire chi sei! il mondo ha innumerevoli esperienze da farti fare per farti crescere e diventare adulto”! Ma fuori il mondo è diventato complicato. C’è la “Matrix” dei social, dei videogiochi, delle serie TV, dove i corpi sono perfetti e le relazioni sono vendite di immagine; un mondo dove posso immaginare qualsiasi realtà io voglia e, per un attimo, viverla davvero. In questo mondo mi sento un dio ma quando finisce la serie, quando esco dal gioco, mi accorgo che il modo, la realtà è tutt’ altra cosa.
Pian piano quel ragazzo, che ha imparato presto a cercare conforto nel digitale, si ritira. La sua camera diventa la sua caverna di sopravvivenza. Perché uscire allo scoperto e rischiare di essere visto così come sono, rischiare il rifiuto, il confronto con i miei simili ,rischiare di sentire il dolore di non essere all’altezza, essere abbastanza o lo strappo di una separazione, quando può restare in un mondo dove può “disconnettersi” dalla sofferenza con un click? Qui la bilancia ormonale si ferma: non c’è più la spinta a conquistare il territorio, ma solo la protezione del nido. È la comodità che si trasforma in prigione, una prigione piena di colori e illusioni dove ogni sogno sembra realizzabile, a patto di non uscire mai.
Immagina un animale che sente il gelo arrivare: va in letargo per proteggere il battito del suo cuore. Tuo figlio sta facendo lo stesso. Il “gelo” che sente non è la neve, ma la svalutazione che percepisce nel mondo reale: “Non sono bravo come quel TikToker, non sono figo come quel compagno, un rapporto vero con l’altro sesso è troppo per me, non posso farmi vedere così, poi cosa penseranno i miei follower? Biologicamente, se il mondo fuori è un territorio ostile dove “non posso vincere”, il cervello ordina il ritiro. L’apatia è quel letargo: un modo per non consumare ossigeno in una battaglia che sente di aver già perso. Il mondo diventa un macigno che ogni giorno lo schiaccia e si fa sempre più pesante.
Perché non molla il telefono? Se fossi in mezzo all’oceano e l’unica cosa che avessi per stare a galla fosse un pezzo di plastica che emette luce, lo molleresti mai? Il digitale per lui è il salvagente. Quando da piccolo glielo davamo per “farlo stare buono”, abbiamo creato un’ancora, un binario, biologico: Schermo uguale Sicurezza. Oggi, quando cerchi di toglierglielo, il suo cervello rettiliano non sente che gli stai togliendo un gioco, ma che lo stai facendo annegare. Ecco perché reagisce con aggressività o con un distacco gelido. Il cellulare, i social sono il suo mondo fittizio, poiché lui non ne ha creato uno nella realtà.
È come una gazzella in una gabbia di vetro: vede il mondo fuori, ma non può toccarlo. A forza di stare lì dentro, i suoi muscoli e la sua volontà si atrofizzano. Se non uso il mio corpo per agire nel territorio, il mio cervello abbassa la spinta all’azione. Il risultato è un corpo giovane che si muove con la lentezza di un novantenne. Non è pigrizia, è atrofia sensoriale.
Quando il dolore dell’anima diventa un rumore insopportabile, il corpo cerca una via d’uscita. Quel taglio, quel graffio, non è un desiderio di morte, ma un disperato tentativo di tornare vivi: il dolore fisico costringe il cervello a rilasciare endorfine, trasformando per un attimo l’angoscia invisibile in una ferita reale, visibile, che si può finalmente medicare. Un pò come prima funzionava il videogioco o la serie. È il tentativo estremo di rompere l’anestesia della grotta per tornare a sentire almeno per un secondo.
Se potessi entrare nella sua testa, sentiresti il peso dell’aria. Fuori dalla sua stanza, l’aria è diventata “pesante”, ogni passo gli provoca una morsa allo stomaco. Il mondo esterno è una minaccia sensoriale: troppi sguardi, troppe aspettative. Vive sotto anestesia , in un profondo senso di trasparenza; ha l’impressione che se anche sparisse, il mondo continuerebbe a girare con i suoi filtri colorati. Sente una fame atavica di essere riconosciuto per ciò che c’è sotto la maschera, ma ha così paura della sua fragilità che preferisce nutrirsi di dopamina rapida. È come bere acqua salata quando hai sete: ti dà l’illusione di bere, ma ti scava dentro ancora di più.
Non sente più i suoi muscoli. Si sente come un fantasma che guida un robot stanco. La sua postura curva è il tentativo biologico di proteggere il cuore e la pancia dall’attacco del mondo. Quando lo guardi e lui abbassa gli occhi, non è sfida: è vergogna biologica. Si vergogna di non avere la forza che tu ti aspetti da lui poiché in te vede riflesso ciò che lui non è riuscito a diventare per farti felice
Il suo grido biologico:
“Mamma, Papà, non sono arrabbiato con voi. Sono terrorizzato dal non essere ‘abbastanza’. Nella mia stanza sono il re di un mondo finto, fuori sono l’ultimo di un mondo vero che non capisco. Il mio silenzio non è un muro contro di voi, è l’unico modo che ho per non andare in pezzi. Ho bisogno che voi vediate la mia paura, non la mia console. Non ho bisogno che giudichiate la mia vita, la mia musica, quello che mi teine in vita. Ho bisogno di essere accolto anche nella mia dipendenza, in fondo avete contribuito anche voi. Entrate nel mio mondo cercate di comprendere cosa vedo, cosa sento, venite a prendermi con dolcezza Non spingetemi, perché non ce la faccio. Il mondo mi schiaccia e io mi sento una briciola. Non so più chi sono e non riesco a digerire il vostro mondo”.
Oggi noi grandi guardiamo quella porta chiusa con rabbia e colpa. Ma se provassimo a chiederci, con estrema dolcezza: siamo sicuri che sia lui a non voler uscire, o è il suo corpo che ha imparato a stare al sicuro solo dove nessuno può chiedergli di essere “abbastanza”? Quanto ci è stato comodo quel suo stare “buono e zitto”, e quanto oggi quel silenzio ci pesa perché è diventato un muro?
Non si esce dalla caverna con la forza. Si esce invitando la vita a rientrare, un senso alla volta. Riconosci il tuo ruolo senza colpa, ma con responsabilità: accetta che questo comportamento è stato un adattamento a un sistema che abbiamo creato noi adulti. Questo ti rende libero di cambiarlo. Accogli i suoi sentimenti senza chiedergli di “essere” nulla in questo momento.
Sostituisci il digitale con il sensoriale: non togliere lo schermo, aggiungi la vita. Un odore in cucina, un massaggio ai piedi, un “ti vedo” che non sia un’interrogazione o un voto. Abbi la pazienza della gazzella: se un animale è rimasto al chiuso per anni, la luce del sole scotta. Dagli il tempo di riabituarsi al calore delle relazioni reali.
Ti senti pronto a smettere di lamentarti del silenzio e a iniziare a metterti in ascolto di ciò che quel silenzio sta cercando di proteggere e di dirti?
Due domande per te, genitore:
Se tuo figlio fosse un animale ferito rifugiato in una grotta, cercheresti di trascinarlo fuori per la coda o inizieresti a portargli del cibo e a medicarlo e coccolarlo con dolcezza dall’ingresso?
Riesci a vedere che il suo attacco di panico il suo comportamento è come il motore di una macchina che accelera al massimo mentre il freno a mano della paura è tirato? Cosa succederebbe se smettessi di accelerare e iniziassi, insieme a lui, a togliere il freno a mano pian piano?
Di Onorato Walter