
Ognuno di noi è venuto in questa vita per fare esperienza, da essa si nutre e trae conoscenza.
Ogni esperienza che si vive è quella giusta per il nostro essere, per la nostra evoluzione animica.
Veniamo in questo mondo per scoprire e portare alla luce il nostro talento, la nostra virtù.
Tuttavia, esistono molte resistenze che boicottano la ricerca, che noi stessi costruiamo e alimentiamo nel tempo.
Due di queste sono: la nostra mente e la nostra educazione, ovvero i “limiti all’espressione di ciò che siamo”.
Fin da bambini, altre persone ci dicono cosa dobbiamo fare e come dobbiamo comportarci a seconda delle loro idee e convinzioni, a seconda del contesto e delle condizioni sociali.
Possiamo quindi dedurre che trovare ciò che siamo, scoprendo i nostri talenti in un mondo come quello in cui viviamo, è una missione, un viaggio, alquanto difficile.
Il viaggio è un cammino che siamo solo noi a decidere quando e come intraprendere, e
lungo questo cammino ci sono delle fasi di crescita, dei passi che dobbiamo attraversare proprio per conoscerci e crescere.
Inizialmente viviamo per mamma e papà, per compiacerli, per essere visti e riconosciuti. Siamo completamente dipendenti dalle circostanze esterne e dal loro giudizio, nonché guidati dall’amore incondizionato che abbiamo nei loro confronti.
Arriviamo alla fase adolescenziale dove cominciamo a distaccarci dai nostri genitori, dove iniziamo a giudicarli e a innalzarci sopra di loro. Abbiamo bisogno di questo passo, poiché è la fase di individualizzazione grazie alla quale diventiamo adulti, non più dipendenti dai nostri genitori.
In questa fase estremizziamo tutto, superiamo i nostri limiti, o per lo meno cerchiamo di farlo se non veniamo fermati.
Più esperienze abbiamo, più ci conosciamo, più creiamo risorse per il futuro.
Un adolescente interrotto, senza esperienze, sarà infatti un adulto sospeso, senza scopo e stimoli.
Quando sento qualcuno che dice: “Mio figlio sta attraversando la fase adolescenziale ed è bravissimo”.
Istantaneamente in me si accende un campanello di allarme. Poiché, se analizzassimo la parola, potremmo cominciare a dire che: bravissimo è un giudizio allarmante in generale, ma soprattutto in questa fase di crescita. Bravissimo per chi? Cosa sto chiedendo a lui o a lei, come genitore, per essere tale? Quali sono le mie aspettative? Chi sto guardando, quando guardo lui o lei? Chi sta compiacendo per essere così?
Nella fase adolescenziale non ci si identifica più in niente che si è sperimentato prima, che ha a che fare con la tradizione e il passato.
Per provare a spiegarvi meglio il concetto utilizzo la metafora della muta del serpente:
ciò che posso diventare non sono. E ciò che ero non sono più!
Ciò che voglio diventare è più importante di ciò che sono ora ed è ciò che mi guida verso il mondo.
Questo passaggio ci deve essere, altrimenti verrebbe soffocata l’aspirazione ad autodeterminarsi e a crescere. Abbandonare ciò che sono stato è un lutto, e genera sofferenza. Per questo l’adolescente sperimenta la solitudine quando si separa dal passato per aprirsi al futuro. Il lutto del bambino “bravo” che si attiene alle aspettative di mamma e papà per passare all’adolescente disprezzato che tradisce queste aspettative.
In questa parte del viaggio si è maschi o femmine, manca quindi la parte complementare: per la femmina il maschio, per il maschio la femmina. Si scopre che al corpo manca l’integrità dei sessi. Non a caso in questa fase l’adolescente pende più in una direzione, piuttosto che nell’altra. Difende i diritti del femminile o, al contrario, quelli maschili, il suo sistema ormonale si attiva e cerca la propria anima gemella, un punto di riferimento, qualcuno di simile che possa comprenderlo e accettarlo per come è, e non per come gli altri lo vogliono. In mezzo a tanti interrogativi cerca risposte e non le vuole più dai suoi genitori.
Per noi adulti sarà importante conservare l’adolescenza nei nostri cuori, nella nostra memoria, per poi portarla a coscienza nel momento in cui cominciamo a elargire consigli e imposizioni ai nostri figli. Per comprendere i nostri ragazzi è importante non identificarsi con i nostri ruoli da adulto.
Potremmo in qualche modo pensare, e accogliere, che lui o lei possono essere diversi da quello che siamo stati noi o da come vorremmo che fossero e diventassero. Non sono la proiezione di quello che avremmo voluto essere o al contrario di quello che non avremmo voluto diventare.
Potremmo consentire ai nostri adolescenti di separarsi da noi, per spiccare il volo e andare dove noi non siamo andati, dove a noi non è stato concesso esplorare per paura, timore e pregiudizi. Uno dei nostri compiti sarà far crescere quella fiducia che ci guiderà, e li guiderà, nella loro crescita. Loro ce la chiedono in continuazione e ci mettono alla prova in molti modi. A volte ci sfidano, sbattendoci in faccia l’incoerenza delle nostre parole e azioni. Ma se dubito dell’adolescente ora, in fondo al mio cuore sto dubitando dei valori che ho trasmesso loro, in poche parole, sto diffidando di me stesso e della mia educazione.
In questo viaggio l’adolescente diventerà grande, perderà la strada, cadrà diverse volte. Tuttavia come nella metafora del figliol prodigo nel Vangelo, il viaggiatore adolescente avrà in sé valori e sentimenti di guida e prima o poi tornerà ad abbracciare il padre e la madre, con un bagaglio di esperienze e risorse differente da chi è rimasto a casa ad aspettare, per compiacere e sostenere i propri cari.
Una persona unita alla sua discendenza, ma allo stesso tempo indipendente e consapevole di essere un’anima a sé. Ecco quello a cui tutti possiamo, e dovremmo, ambire.
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