Vorrei affrontare un tema nato da recenti condivisioni: il bullismo nelle scuole elementari, medie e, più in generale, nella vita.
Prima di entrare nel merito, vorrei riflettere sulla parola “bullismo”: un’etichetta che spesso dice poco dell’azione commessa.
Se leggiamo le definizioni comuni, come quella di Wikipedia, si parla spesso di “intenzionalità”. Ma fermiamoci un istante: questo termine mi sembra estremamente forte e, forse, fuorviante. Possiamo davvero parlare di intenzione consapevole in un bambino o in un preadolescente? L’intenzionalità presuppone una scelta libera e lucida, ma quello che osserviamo somiglia molto di più a una reazione automatica a una pulsione.
Facciamo degli esempi: il ragazzo che aggredisce non lo fa quasi mai per un piano ragionato, ma perché sta reagendo a una scarica di adrenalina, a un bisogno di riconoscimento del branco e di appartenenza che non sa ottenere altrove, o alla paura di essere lui stesso la vittima è un comportamento automatico non mediato dalla mente dunque privo di intenzionalità. È un meccanismo di difesa che scatta in un istante: non è un atto pensato, è un atto agito. Se lo guardiamo sotto questa luce, il “bullo” non è un carnefice lucido, ma un essere che risponde meccanicamente a un programma interiore di sopravvivenza. Il programma interiore è stato creato nei primi anni di vita.
Cos’è davvero il bullismo? Agisce sempre nello stesso modo? Quando etichettiamo un bambino come “bullo”, lo stiamo guardando veramente? Siamo tutti, in parte, esseri automatici: finché non diventiamo presenti, ogni nostra azione rischia di essere solo una reazione.
Il bambino definito “bullo”, in realtà, chi è? È un figlio, prima di tutto. A volte vive in una famiglia disagiata, altre in una agiata; a volte è iperprotetto, altre volte è un bambino “non visto”. Scrivo questo per comprendere che non si può definire un comportamento con un’etichetta statica: ogni bambino agisce come ha imparato a fare per “esistere” in quel determinato contesto. E’ il frutto di migliaia di interazioni complesse e sistemiche che è difficile incasellare in un unica etichetta.
Voglio essere provocatorio: chi è la vera vittima? Il bullo o il bullizzato? È possibile che condividano la stessa ferita? Che abbiano la stessa paura? Può essere che l’uno attiri l’altro per tentare di superare quella stessa paura? Senza il bullo non esisterebbe il bullizzato e viceversa: una relazione interdipendente e complementare in cui l’uno ha bisogno dell’altro.
Mi sembra che accada lo stesso nella vita: nelle relazioni di coppia, di amicizia, di famiglia. Non siete mai stati “bulli”? Non siete mai stati vittime? Potremmo analizzare questi comportamenti all’infinito, trovando sfumature diverse per ogni individuo al mondo. Ma dove ci porta questo pensiero? Chi è il “vero” bullo in tutto questo? Forse siamo noi, quando non riusciamo a vedere che quel comportamento è, per quel bambino, un’azione sensata rispetto a ciò che ha imparato; un’azione necessaria alla sua sopravvivenza nel “branco”. Lo stesso vale per chi subisce.
Alla luce di questo, esiste davvero un “cattivo” o esiste solo una relazione? In una dinamica, entrambe le parti hanno qualcosa da apprendere. Come adulti consapevoli, possiamo scegliere: isolare e giudicare questa relazione, oppure entrarvi per ascoltare, comprendere e meditare su di essa. È il nostro sguardo a dare significato e giudizio a ciò che vediamo.
Se due persone guardano un bambino che piange, non avranno necessariamente la stessa reazione: l’oggetto è lo stesso, ma il soggetto lo vive in base alle proprie esperienze, al sistema valoriale e alle proprie credenze. Se vedo una dinamica vittima-carnefice, io stesso, come spettatore, devo chiedermi: cosa posso apprendere? Cosa posso fare? Devo davvero intervenire o devo prima capire?
Non voglio dare consigli o medicine; non possiedo la verità, ma come persona scelgo di riflettere. Comprendo che non sia facile per i genitori che vivono tutto questo in prima persona. Io stesso ho vissuto questa sensazione, prima direttamente e poi attraverso mio figlio. Solo dopo molto tempo ho visto la “bellezza” (ovvero l’insegnamento) di ciò che è accaduto; prima vedevo solo sofferenza e ne ero inghiottito. Prima additavo e volevo vendetta, ma non vedevo realmente, poiché la mia vista era offuscata dalla rabbia o dall’ingiustizia subita.
Non è forse l’esperienza a farci crescere? Non è nella relazione che possiamo specchiarci? Se mediti isolato su una montagna, sarai forse un maestro di meditazione, ma non di vita. Diventerai un “orso”.
Il bullismo ha mille facce. Allontanare il “bullo”, sgridarlo o escluderlo spesso non fa che rinforzare quel comportamento, dando alla vittima una conferma della propria fragilità e della propria inadeguatezza a uscire da sola da quella relazione.
E tu, genitore della “vittima”, ti sei fermato a pensare a cosa vivono i genitori del bullo?
Ti sei fermato a pensare che loro sono nella tua stessa condizione di sofferenza e impotenza?
E tu, genitore del “bullo”, ti sei chiesto cosa stia vivendo tuo figlio per arrivare a fare quello che fa?
Pensi davvero che quel comportamento sia forza?
O riesci a vedere la fragilità che nasconde?
Cosa fare, dunque, se stai vivendo questa situazione?
Puoi fermarti. Osservare. Ascoltare.
Cosa ti sta dicendo tuo figlio che non riesce a dire a parole?
Riesci a dare “cittadinanza” al suo comportamento automatico, vedendo da dove nasce e a chi ti riporta?
Riesci a vedere tuo figlio come un’anima indipendente che deve fare le proprie esperienze per crescere?
Riesci ad aiutarlo senza “bullizzare” a tua volta l’altro con il giudizio?
Questo articolo vuole essere solo uno spunto di riflessione.
A volte, portando “presenza”, possiamo sciogliere nodi che sembravano insormontabili. La mia intenzione è un invito a guardarsi dentro prima di guardare fuori:
Cosa provo io quando vedo quella dinamica? Chi sto guardando quando sento o vedo questa dinamica in azione? Cosa posso fare per me stesso?