Walter Onorato

4 secondi per cancellare un bisogno, 4 secondi per cancellare una vita per chiuderla  in una stanza buia e fredda.
Ciao. Mi rivolgo a te, ma prima vorrei chiederti una cosa semplice, di quelle che non si fanno più: come stai? Sei preoccupato? Hai paura? Ti sei mai chiesto davvero perché?

 

Forse ieri, o la settimana scorsa, qualcuno ti ha fatto questa domanda guardandoti negli occhi, restando semplicemente lì, in ascolto della tua risposta. Esistono ancora persone capaci di sentire, di entrare in empatia, di stare in silenzio ad aspettare per un minuto  o è diventato tutto una messa in scena per apparire? Una corsa frenetica a creare contenuti per avere visibilità, per accalappiare un potenziale cliente o solo per sentirsi finalmente visti e vivi.
Scrivo perché sono ispirato. Scrivo perché parlo con le persone e imparo dalla vita. Scrivo perché sento il bisogno di dare, non di salvare, e non per sembrare sapiente, ma per crescere insieme. E oggi, in questo spazio, voglio chiederti proprio questo: come ti senti?

Il paradosso dei 4 secondi

Qualche giorno fa ho postato un reel. Mostrava un bozzolo e una farfalla che faticava per uscire e l’ho intitolato “Diventa ciò che sei”. È un messaggio, un invito alla trasformazione. Moltissime persone lo hanno visualizzato, ma la statistica mi ha fatto riflettere. La durata media della visualizzazione è stata di 4 secondi. Solo 4 secondi, su un video che ne dura 8. E oltre il video c’è il cuore, c’è l’articolo, c’è il senso di tutto.
Su 400 persone forse solo 3 hanno letto l’articolo che accompagnava quel video. Non ti giudico, ma rifletto. La nostra attenzione, la nostra stessa presenza, si è ridotta a una manciata di secondi. Scivoliamo via e passiamo al video successivo senza che nulla ci tocchi, senza leggere, senza sentire niente.
Dove è andata la nostra presenza? Un video può essere accattivante e costruito, ma le parole sono vere. Le scrive una persona con un’anima che può fare da specchio per un’altra anima.

L’eredità del nostro silenzio

Ci lamentiamo dei nostri figli. Diciamo che scrollano tutto il giorno, che sono rapiti dal digitale, che sono spenti, apatici, depressi, violenti o vuoti. Diciamo che non sanno più fare nulla, che sono fragili ma spavaldi. Li guardiamo chiudersi nelle loro stanze preda di attacchi di panico e autolesionismo, senza vita nei loro occhi, con la testa sulla scrivania e il corpo sotto le coperte. Ma noi, dove eravamo? Cosa stavamo facendo mentre loro imparavano a “scrollare” la vita?

Chi ha seminato questo vuoto in passato? Come facciamo a giudicarli oggi? Come possiamo giudicare questa generazione se siamo stati noi a crearne le fondamenta? C’è molta ipocrisia nel nostro giudizio. Eravamo lì, ma non c’eravamo. Eravamo presenti fisicamente ma assenti nello spirito. Quando ci chiedevano attenzione, quando ci chiamavano per parlarci o ci tiravano la giacca per dirci qualcosa e noi eravamo al telefono, persi dietro a un’email o a un video, ricordate?

Forse oggi si sono semplicemente stancati di farlo. Hanno imparato da noi che uno schermo, un telegiornale, una partita di calcio o il lavoro sono più attraenti del loro pianto e del loro bisogno di essere visti e accolti. Si sono chiusi nello stesso mondo che ha tolto loro le persone che potevano salvarli. Perché se è così ipnotico da farci rinunciare ai nostri figli, allora per loro è l’unica realtà possibile. Se un bambino cresce vedendoci incollati allo schermo, come possiamo biasimarlo se poi sceglie lui stesso quel mondo?

Il silenzio che uccide

Diamo in mano cellulari e tablet ai bambini fin da piccoli perché le loro urla ci danno fastidio, perché siamo stanchi o perché dobbiamo parlare di lavoro. Poco importa il motivo. Mettiamo a tacere un bisogno vitale con un reel di una farfalla che esce dal bozzolo. È un controsenso che fa male. Fa male perché quel reel l’ho costruito io, senza conoscere la statistica dell’attenzione. Se ci fermiamo alla superficie, allora quello che faccio e quello che facciamo non ha più senso.

Abbiamo solo 4 secondi di attenzione per una vita intera. Forse è ora di fermarsi. Forse è ora di tornare a chiedere “Come stai?” e restare lì, oltre quei quattro maledetti secondi, ad ascoltare davvero la risposta. Ascoltare il bisogno di quella persona o di quel bambino che non è mai stato ascoltato, senza aggiungere altro, solo per esserci e magari abbracciare. Come puoi giudicare il suo mondo se tu stesso hai contribuito a crearlo?

Quanti di voi sentono e vedono quello che vedo io? Quanti hanno nostalgia del gioco all’aria aperta, delle vere esperienze di vita e delle cadute che fanno sbucciare le ginocchia? Certo, oggi i ragazzi vanno a scuola, fanno sport e poi i compiti, ma non è la stessa cosa. Sono piccoli adulti pieni di impegni, senza tempo per annoiarsi o giocare. Questo è il mondo che stiamo costruendo.

Io scelgo altro. Voglio provare a svegliare le coscienze e se l’unico modo per farlo è creare dei reel, allora continuerò a farli. Ma spero col tempo di vedere visualizzazioni di 30, 40 secondi, di un minuto. Spero di sentirvi e di vedervi in presenza, per abbracciarvi e ascoltarvi. Forse, se ognuno di noi provasse a creare veri momenti di condivisione, potremmo dare a quei ragazzi persi nelle loro camere la possibilità di uscire. Potremmo conoscerci e conoscersi per la prima volta, guardandoli negli occhi  dicendogli:

“Mi spiace  non averti mai guardato veramente. Non c’ero e non me ne accorgevo, ma oggi sono qui davanti a te, senza schermi o distrazioni. Sento il tuo respiro, vedo la tua tristezza, accolgo la tua rabbia. Ho tutto il tempo per farlo e aspetterò fino a quando tu sarai pronto a parlarmi di nuovo”.

Io sono qui adesso e non vado da nessuna parte
scritto da Onorato Walter